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Lettera Pastorale di S.E. Rev.ma Mons. Michele Seccia

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Lettera PastoraleLunedì 19 Dicembre, in occasione della Solennità di San Berardo, S.E. Rev.ma Mons. Michele Seccia ha consegnato alla comunità diocesana la Lettera Pastorale:

 

"Insieme nella barca di Pietro

...al di sopra di tutto la Carità".

 

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  • Una credente
    Per un cammino che continua alla scuola del Maestro…

    (riflessioni sulla lettera pastorale)

    Ho avuto tra le mani la lettera pastorale del nostro Vescovo che, riprendendo i temi della lettera del 2009 (“Insieme sulla barca di Pietro”) ci fa porre l’attenzione sulla “fede vissuta”, un’autentica sfida per il nostro tempo. L’icona evangelica scelta dal Vescovo è suggestiva: la barca è il luogo del lavoro, dell’impegno, ma anche della tempesta, della paura, dell’insicurezza…

    Al termine della lettura, nel chiudere il libretto, ho pensato a due concetti – chiave (uno per ciascuna parte in cui è divisa la lettera) che sottendono alla stesura della lettera stessa e danno il senso, a mio parere, a tutta la lettera, alle indicazioni operative e anche ad una domanda un po’ classica: “e ora, cosa dobbiamo fare?”.
    E dunque, ripensando a queste due chiavi di lettura, cerco anche di darmi una risposta alla domanda. La prima “chiave” apre la porta ad una dimensione divina e cosmica, ma anche incredibilmente umana; “L’Eucarestia è anche una permanente “pro-vocazione antropologica”. Senza dimenticare tutto ciò che riempie il nostro quotidiano, la CENTRALITA’ dell’Eucarestia deve pervadere il nostro intimo e fare di questa Presenza, l’essenza fondamentale delle nostre giornate e della nostra vita.

    L’Eucarestia, infatti, ci dona la Comunione intima con Cristo, ma ci sospinge verso l’umanità intera. Questo Amore-Carità (che risuona spesso nella lettera) è il dono che ci viene gratuitamente offerto, ma che non può restare senza conseguenze, prime tra tutte la donazione di sé e il servizio, in particolare agli ultimi.
    Questa visione “antropologica” deve esprimersi in quello che (anche qui più di una volta!) il Vescovo definisce “stile di vita eucaristico”, vissuto con libertà e responsabilità, qualunque sia lo stato di vita della persona, sacerdote o laico, ma da vero “credente”.
    Dallo “stile di vita eucaristico” dovrebbe discendere una “comunità eucaristica”, dove lo spezzare il pane, riuniti nell’assemblea liturgica, diviene “la fonte e il culmine” della nostra vita, personale e comunitaria. Diviene un impegno per tutti di intensificazione dei rapporti interpersonali, di accoglienza, di ascolto….un impegno di partecipazione attiva alla vita del paese e della società…e, ancora, un impegno di presenza significativa a cominciare dalla famiglia, dal lavoro e dalla scuola.

    L’altra chiave di lettura la ritrovo nella 2° parte, proprio in conclusione: “la Parola di Dio e la celebrazione eucaristica non possono restare nel chiuso di una religiosità intimistica, ma devono avere il respiro della spiritualità aperta al mondo e all’umanità. Potrebbe sembrare un concetto ripetuto, ma è proprio questo afflato di umanità, che come credenti ci deve pervadere, che deve renderci “uomini nuovi”, diversi, più presenti, più sobri, più solidali, più fedeli.
    E allora, la domanda “cosa dobbiamo fare”? trova risposte molto concrete.
    Proviamo a vivere l’Eucarestia, nelle nostre celebrazioni domenicali, con partecipazione viva al mistero che si celebra; proviamo a sentirci uniti nella preghiera con tutta la Chiesa, ma anche con chi mi è prossimo, con chi mi disturba, ma anche con chi condivide la mia vita (coniuge, figli, genitori…). Proviamo a contemplare il Mistero che si celebra con “stupore eucaristico”, riconoscendo Gesù allo spezzare del pane (come per i discepoli di Emmaus) e, quindi, come Signore della nostra vita..
    Proviamo ad essere disponibili al servizio, disponibili alle chiamate all’impegno che possono arrivare dalla parrocchia, come dall’associazione, piuttosto che dall’impegno politico, sindacale, civile. Proviamo a sentirci “credenti nel cuore”, “commuovendoci” davanti alle persone che soffrono o che sono nelle difficoltà di ogni genere, come fece il buon Samaritano o Gesù verso le folle rimaste fino a tarda sera ad ascoltarlo.

    “Il rinnovamento della Chiesa – ha detto Benedetto XVI – passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti. E’ questa la sfida che ci si para davanti: in questa società, in questo momento pieno di complessità, siamo chiamati ancora di più ad esser “credenti” e a manifestare concretamente il nostro credere, che affonda le sue radici nella Parola e nell’Eucarestia, le due “mense” di cui ci ricorda il Concilio (Dei Verbum 21 )
    “E’ necessario – dice sempre il Papa – un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede” .
    Siano, dunque, questa gioia e questo entusiasmo, vissuti con fedeltà e costanza, il vero frutto di questa “spiritualità aperta al mondo e all’umanità” derivante dall’Eucarestia come Mistero di fede vissuto nella Carità, ad imprimere alla nostra Chiesa locale quello slancio, ad un tempo spirituale e missionario, intimo e comunitario, personale e sociale, che possa far crescere la comunità diocesana, stretta intorno al suo Vescovo.
    Mi auguro che questa lettera, fondata sulla Fede e sulla Carità e impregnata di Speranza, possa essere approfondita non solo personalmente, ma soprattutto nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali, sacerdoti e laici insieme, perché nel discernimento comunitario possano essere proposti e assunti impegni concreti di solidarietà e di servizio, di condivisione e di corresponsabilità. In una parola: di Amore-Carità.


    Una credente