Pietrino, un ragazzo normale…

Quel sorriso benevolo …

È accaduto altre volte. Che l’immagine di chi è vissuto con semplicità, senza far rumore, cresca man mano nel cuore di chi l’ha conosciuto, proprio quando questi è scomparso dal mondo, attirando sempre più gente presso la sua tomba. È così che, nel piccolo cimitero di Colledara, ai piedi del Gran Sasso, una folla si raduna, ogni volta, il 20 di agosto, da trentacinque anni, con il vescovo ed i sacerdoti. Sono per lo più giovani giunti in pullman. Arrivano ad essere anche trecento. Pregano, celebrano messa, scrivono qualcosa su un quaderno, di fronte alla tomba di un ragazzo, scomparso tragicamente a 17 anni, proprio in questo giorno. Non è un momento triste. Gli parlano come se lui fosse lì e li seguisse ogni giorno. Il ragazzo si chiama Pietrino Di Natale e la sua morte, nell’opinione comune, è coincisa con un gesto d’amore. A chi partecipa, ogni anno, a questa Messa, sembra proprio che lui, il ragazzo del villaggio che attirava tutti col sorriso e la disponibilità, sia più vivo che mai: “Aiutaci a trovare il tuo sorriso”, hanno scritto nel diario posto presso la sua tomba. “Sento che ho bisogno del tuo aiuto. Chi più di te potrebbe capirmi”. “Basta una tua foto e torna il buonumore”. “Sono trascorsi quasi dieci anni … Ma tu effondi, ora più di allora, una luce immensa”. Ed ancora: “Tu hai pagato perché noi oggi potessimo essere qui”.

Ma chi era Pietrino? Una premessa. A metà degli anni Settanta, qualcosa succede nei villaggi che circondano Tossicìa, un piccolo centro in provincia di Teramo. Due giovani preti, don Gianfranco e don Giovanni, appena cantata messa, vengono inviati da queste parti. Sono focolarini e si dedicano ai giovani, insegnando loro a vivere il Vangelo, così com’è scritto, un versetto alla volta. Formano gruppi, cantano, pregano, si raccontano come cambia la loro vita. Accade una cosa incredibile. Si vedono ragazzi, radunati sul muretto del paese, oppure in parrocchia, parlare, oltre che di calcio, di scuola, di ragazze, anche di come hanno vissuto la parola di vita. Usano un gergo nuovo, espressioni come attimo presente, Dio al primo posto, il dolore che si fa amore, fare le cose per lui.

È in questo contesto che è vissuto Pietrino Di Natale. Era nato in uno di quei villaggi, Ornano Piccolo, proprio un pugno di case, nel 1966. Aveva ripreso il nome di suo padre, un agricoltore morto tragicamente in un incidente di lavoro, quando la moglie era al terzo mese di gravidanza. Pietrino aveva conosciuto suo padre solo dai ricordi della mamma. Già a tre anni, egli sgambettava, con la mano nella mano di lei, verso il cimitero, a trovare papà.  Raggiungeva il loculo, sistemava fiori dinanzi alla foto, la baciava. Poi, altri fiori andava a metterli di fronte a lapidi che non avevano nulla. Era già lui, sensibile, tutto slancio, attento agli altri.

La famiglia è composta da lui, dalla madre Adelina e dalla zia Derna. Dopo la morte del padre, a motivo della povertà, per vivere si ha spesso bisogno dell’aiuto dei parenti. In compenso, Pietrino riceve amore ed una sincera educazione religiosa. Unico nipote maschio del gruppo parentale, il bambino è al centro dell’affetto dei nonni e degli zii, che abitano nell’arco di una cinquantina di metri. Quando la mamma, scoraggiata, si lamenta con il Signore per la morte del marito, il figlio l’abbraccia e la consola. Quando è grandicello, consapevole delle difficoltà economiche, di ritorno a casa, riconsegna alla mamma il denaro che gli è stato dato per qualche necessità. L’affetto dei parenti lo aiuta, pian piano, a superare la timidezza, dovuta probabilmente all’assenza del padre. Ma, il resto, lo compie di suo, aprendosi alla parrocchia, alle iniziative del paese, alle amicizie, al gruppo scolastico, alle lezioni di chitarra e, soprattutto, al calcio, in cui riesce bene.

Chierichetto, catechista, partecipa ai campi estivi dei Gen 3. Una sera, tornando a casa da un incontro, percorre da solo un tratto di strada alberata molto buia. Dopo un attimo di smarrimento, si ricorda che Dio lo ama e gli è vicino. La paura cessa e corre spedito a casa. Rinuncia alla bici nuova, usando i soldi regalati dal nonno per andare al campo scuola. “Per me non chiedo niente – scrive in una lettera a Gesù Bambino – solo la forza di amare tutti”. È fedele alla Juventus, orgoglioso di far parte del Tossicìa Calcio che, dopo la morte, gli intitola il campo sportivo. Partecipa attivamente, nelle feste, ai giochi in piazza. La domenica, per guadagnare qualche soldo, fa il cameriere in un ristorante presso il vicino santuario di San Gabriele. Frequenta i primi anni di liceo, quando viene fatto, a 16 anni, responsabile degli altri compagni del movimento dei Focolari. A Don Giovanni che gli fa la proposta, risponde per iscritto: “Sono in questo momento il ragazzo più felice del mondo”. Segue con passione i ragazzi che gli sono stati affidati. Gioca a calcetto con loro, scrive lettere, li raggiunge nei villaggi con la sua vespetta bianca. Dopo un campo scuola, scrive una lettera filiale al suo vescovo, Abele Conigli, che lo stima e gli risponde con affetto. Così, la mamma, finito il pranzo, deve sfornare il pane e lo invita a fare i piatti. E lui, secondo il suo linguaggio, “scatta ad amare”. Crescendo, diventa profondo. Nelle lettere parla spesso di sofferenza. “Se il Signore ti manda tante croci, – scrive ad un’amica – ti dà anche tanta forza per abbracciarle ed amarle”.

Concludendo, la spiritualità di Pietrino consiste in due cose. Il sorriso, la serenità del carattere, la capacità di occuparsi degli altri senza dominarli. Poi, la fede semplice, pronta e generosa, basata sulle parole del Vangelo. Il suo motto: riempire la giornata di atti d’amore .

Luciano Verdone